lunedì 14 febbraio 2011

La vita sbagliata - parte IV - Gita nella nebbia (1993)

Come promesso il giorno di Natale, dopo pranzo, mi lanciai in macchina e partii per Acqui.

L’appuntamento con Vera era alle 15. Guidavo con il cuore in gola, volevo fare presto.

Per strada non c’era nessuno solo la nebbia che aveva cominciato ad avvolgermi da Masone in poi.

Una leggera crosta di neve imbiancava il ciglio della statale, gli alberi ed i prati circostanti rendendo tutto ovattato. Un perfetto panorama invernale del basso Piemonte.

Vera apparve dal portone pochi secondi dopo che ebbi suonato al citofono.

Aveva un cappotto di montone chiaro con il collo bianco sul quale scendevano riccioli castani ad incorniciare un sorriso bellissimo, non fosse stato per quegli occhi velati di tristezza profonda.

Sorridendo la abbracciai, facendole gli auguri come se nulla fosse, e partimmo senza meta lungo strade che lei mi indicava salendo sulle colline attorno alla città. Tutto era avvolto da una fitta nebbia, davvero non si vedeva nulla e guidavo ad intuito mentre continuavamo a parlare di tutto.

Vagammo ore per sentieri senza mai fermarci, contenti solo di stare lì a parlare immagino. Nessuno dei due proponeva uno stop, nemmeno per capire dove fossimo finiti. E in verità non lo sapevamo.

Ce ne accorgemmo quando cominciò a svanire anche la poca luce che filtrava nella nebbia.

Erano le sei di sera ormai e decidemmo di tornare verso la città, o meglio di capire come tornare indietro.

“Ti va di prendere un tè? Così possiamo continuare a parlare un po’ più al caldo e magari comodi….che dici ?” “Si dai, ti porto io….prendi di là” mi disse.

Imboccai la strada e poco dopo lasciavamo la macchina per entrare in una caffetteria del centro. Era un po’ una scena da copertina di Battisti, noi due in questa caffetteria semideserta con un tè fumante davanti, uno davanti all’altra, con fiumi di parole ancora a scorrerci dalle labbra.

A studiarci cercando di non farcene accorgere a vicenda. E fallivamo miseramente, contenti di saperlo.

Tutto era magico, complice, ogni gesto, ogni sorriso.

“Ma che fai, sono dieci minuti che tenti di prendere quella fetta di limone nella tazza, vuoi una mano ?” e giù a ridere di quella frase senza troppo senso che mi aveva sorpreso in un atteggiamento distratto.

Le osservavo le mani, sottili e perfette, femminili all’ennesima potenza. Fragili, da accarezzare tenendole tra le mie e scaldandole in quella sera sempre più fredda. Fuori il vento faceva volare lentamente le foglie e, attraverso la vetrata, ridevamo di quanto questo ci facesse venire freddo al solo pensiero di uscire dal locale.

Il tè finì e con lui il tempo che avevamo, Vera doveva rientrare per cena e io avevo un’ora di macchina da farmi per tornare in tempo per la seconda parte della farsa di Natale.

Mentre la accompagnavo a casa la vedevo un po’ pensierosa, improvvisamente muta e non potevo immaginare nulla di ciò che mi avrebbe detto da lì ad un attimo.

“Sai, volevo dirtelo prima, ma domani parto per la montagna. Vado a Carnino con degli amici…..e con Silvano”. Un tuffo al cuore. Nonostante tutto aveva ancora in testa lui, non era finita o almeno capivo che per lei non poteva essere così, non ancora. Lei doveva per forza sbattere la testa nel muro prima di abbandonare la speranza.

Repressi con fatica un moto di rabbia che mi saliva da dentro e, con la più grande interpretazione della mia vita, risposi sorridendo di marmo “Si, immaginavo che non saremmo riusciti a passare la fine dell’anno insieme. Non importa dai, magari ci sentiamo per gli auguri, così mi dici come vanno le cose e se il tempo è bello” e mentre raggiungevamo il portone rimasi con quel sorriso artificiale, riuscendo anche a salutarla mentre spariva su per le scale.

La testa vuota e un buco dentro, il nulla attorno.

Era stato il finale orrendo di una giornata assurda e perfetta allo stesso tempo. Non sapevo come avrei sopportato di saperla lontana a cercare di recuperare il rapporto con un uomo che non ero io.

E il 4 di gennaio era una data troppo lontana per me.

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