“benvenuti quaaaaa…paparapa papapapaaaaa….” …vestito da hostess con i colori della bandiera americana, calze a rete color carne, minigonna a balze, ciglia finte, rossettone e parrucca bionda di raffacarriana memoria entravo in scena alla “Prima” della Baistrocchi (la Bai).
Anno di grazia 1983, “Un Jumbo che si chiama desiderio” il titolo della rappresentazione di quell’anno.
Era stata la turba di un momento di un pomeriggio annoiato d’estate a farmi decidere di voler affrontare la prova del palcoscenico. Avevo letto le locandine per la ricerca delle “bluebruttes, vomitables” per la Compagnia Goliardica Mario Baistrocchi e attraverso un imprecisato giro di conoscenze ed amicizie, come solo a Genova succede, ero arrivato al coreografo, il mitico Peter Rouge (Piero Rossi) che mi aveva fatto sapere di presentarmi al….casting..per la nuova rivista.
Appuntamento sotto via Bertani, nei locali di una palestra di una scuola vicina.
Presenti tutti gli aspiranti, ovvio, e ….anche tutti gli anziani…….cazzo….
Li vedevi che ti marcavano già a distanza, con quel risolino bastardo della serie “meglio per te se ti scartano”….
Incontrai il cugino di un caro amico già tra gli anziani, (“che culo” mi dissi “ho un aggancio con gli anziani!!! Mi tratteranno meglio…”….invece era l’unico degli anziani che stava sul cazzo a tutti gli altri!!!) e lo salutai con entusiasmo, dopotutto nonostante queste avvisaglie di minaccia si trattava pur sempre di fare uno spettacolo teatrale. Esperienza bellissima, mi convincevo.
Inizia la selezione, tutti i pretendenti novizi contro la parete della palestra da un lato, dall’altro gli anziani ridacchianti. Al centro la cattedra con il mitico comitato di selezione della Bai: da sinistra il Dott. Borghi (scrittore dei copioni), Piero Rossi (coreografo) e….mancava ancora qualcuno…che non arrivava…tutti ad interrogarsi come mai..nessuno sapeva nulla..
Dopo qualche minuto di vociare e di visi preoccupati entrò un signore tutto trafelato che, con gli occhi pieni di pianto, si diresse verso gli altri due alla cattedra. Ernesto Gherardi era di ritorno dall’ospedale dove il figlio era stato ricoverato in fin di vita per un assurdo incidente avvenuto su Corso Italia la notte prima.
Il figlio Jimmy, giocando con degli amici tra le aiuole che delimitano i due sensi di marcia del lungomare, era scivolato e cadendo a terra aveva sporto la testa oltre il gradino proprio mentre sopraggiungeva un’auto che non aveva potuto evitare l’impatto. Trasportato in condizioni disperate al S. Martino si attendevano le ore per capire come si sarebbe evoluta la situazione e come avrebbe reagito il suo fisico.
Con la morte nel cuore Ernesto si fece forza e cominciò la selezione.
Venne il mio turno, mi avvicinai con un certo imbarazzo a quei tre personaggi: “hai mai ballato ?” “no, mai..” “hai mai cantato ?” “ehm…no mai…giusto sotto la doccia..” “perfetto…vai benissimo…avanti il prossimo!”. Ero stato selezionato. Una serissima e scrupolosissima analisi delle mie capacità di spettacolo, non c’è che dire.
E nello stesso tempo ero finito sulla lista degli anziani che osservavano dal muro opposto il gruppetto di neofiti che si andava formando. Alla fine fummo una decina e a quel punto i “nonni” si avvicinarono, presentandosi in maniera stranamente cordiale. Ma si vedeva che stavano già tramando qualcosa.
Mi chiesero come mai conoscevo “quello là” e io gli raccontai che sei anni prima lo avevo conosciuto durante una vacanza studio in Inghilterra. Si guardarono tutti senza una parola. “Ma porca troia” pensavo “possibile che l’unico che conosco qui dentro stia sul culo a tutti ?? Thank you Jesus!!”.
“Ma mi sta un po’ sulle balle…” osai..
Non ci cascarono.
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